Viticoltura

Vitis Vinifera | Origini e classificazione della vite

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coltivare la vite
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Coltivare la vite è un’attività che ha successo quasi ovunque, ma solo dalla Vitis Vinifera si produce il vino

La vitis vinifera è una pianta molto antica. La vite era già presente in molte varietà prima delle glaciazioni. In seguito ne è rimasta solo una che si è evoluta.

Coltivare la vite è un’attività che in Italia è particolarmente sentita. L’Italia è il secondo produttore di vino al mondo: la viticoltura e l’industria enologica nazionale hanno raggiunto livelli di altissima eccellenza. Ma la coltivazione della vite affonda le sue radici nella tradizione mediterranea e non solo.
La vite è infatti una pianta molto diffuso a livello mondiale, riesce a crescere in qualsiasi situazione.

Le viti selvatiche (Vi­tis labrusca) sono numerose e si trovano ovunque, tranne nei luoghi più freddi, ma solo alcune specie producono vino, cioè vitis vinifera.

Vitis vinifera, caratteristiche

La vitis vinifera è originaria delle fo­reste, ma si adatta a qualsiasi suolo e clima, nonché a tutti i processi di ri­produzione: è sufficiente piantare un tralcio reciso (sarmento) in terra per ottenere un nuovo ceppo. Proprio grazie a questa sua adattabilità, la vite può variare notevolmente.

Le foglie di uno stesso cep­po possono cambiare di forma da un anno all’altro, addirittura la vite può cambiare sesso! Le viti selvatiche sono in genere dioiche, ma può succedere che si trasformino sponta­neamente in ermafroditi.

La storia della vitis vinifera

La coltivazione della vite è iniziata probabilmente in Armenia circa 7/8000 anni fa. I popoli mesopotamici ne conoscevano la coltivazione e la vinificazione, ma anche gli ittiti perché ne abbiamo prova nei reperti che sono arrivati fino ai giorni nostri.

Le conoscenze riguardo alla coltivazione del vino diventarono da subito un patrimonio fondamentale.

Ma è intorno al 1500 a.C. che la coltivazione della vite e la vinificazione si diffondono in Europa grazie ai primi scambi commerciali. In Italia sono i greci a portare la vite che progressivamente si espande nel mediterraneo. Si comincia a capire un concetto fondamentale cioè ogni varietà ha un suo territorio di coltivazione. Da questo momento la crescita diventa progressiva grazie all’espansione dell’impero romano, il quale riesce a esportare la coltivazione in modo capillare su tutto il territorio.

Quando poi l’impero romano cade, si perdono molte conoscenze in campo scientifico, ma non in campo della coltivazione. Questo grazie ai monasteri i quali utilizzavano il vino per celebrare le funzioni e che riescono a portare avanti la tecnica.

Si devono infatti ai monaci alcune grandi varietà. Ad esempio, le “Montrachet”  che è il miglior vino bianco al mondo di Chardonay, o il Riesling dell’Abbazia di Eberbach (oggi l’azienda vinicola più grande di tutta la Germania).

In Italia la ripresa si ha con le repubbliche marinare. I veneziani portano le malvasie bianche, si dice che i genovesi portino il vermentino…

La ripresa è molto lenta però rispetto alla Francia, tanto che c’erano secoli di distanza da recuperare.

Ma finalmente, negli anni 70 del 900, i grandi rossi italiani iniziano a vincere dei riconoscimenti internazionali. 

Secoli di evoluzione

Con tanta storia così alle spalle si può immaginare quanto la vite sia mutata nei secoli: tanto che è molto difficile riconoscere il ti­po di vitigno utilizzato.

L’ampelografia, è la disciplina che studia, identifica e classifica le varietà dei vitigni ed è una delle più complicate scienze che esistano. Il professore Louis Leva­doux, un esperto di questa materia, ne aveva individuato con esattezza la difficoltà quando scriveva:

Per concludere, il tipo medio di vitigno si mo­difica lentamente ma irrimediabilmente nel corso dei secoli. I pinot neri coltivati nella Champagne ai nostri giorni sono sensibil­mente diversi da quelli degli inizi del secolo e si scostano notevolmente dalle forme ar­caiche che dovevano rappresentare il tipo medio verso il XII secolo.

Abbandonata a se stessa, la vite si evolve a catena. E l’uomo è intervenuto sull’evoluzione della vitis vinifera accelerandone lo sviluppo. Il numero di vitigni oggi è pres­soché illimitato: centinaia e centinaia.

Spetta a un ampelografo russo, il pro­fessore Negrul, il merito di avere in certo qual modo chiarito la discendenza della vitis vinifera.

Il pro­fessore Negrul l’ha suddivisa in tre grup­pi:

  • l’orientale comprende viti da tavola dai grossi grappoli diffusa nei paesi orientali;
  • la pontica, con grappoli di me­dia grandezza, il cui dominio si estende dal­la Georgia alla Spagna del sud e compren­de viti da vino e viti da tavola;
  • l’occidentale, localizza­ta nella zona atlantica, che comprende la maggior parte dei grandi vitigni da vino francesi.

Nessuna di queste famiglie s’è salvata dal furioso assalto americano che si verificò nel corso della seconda metà del XIX secolo: oidio, fillossera, peronospera, vaiolo nero, a cui si pose rimedio producendo vino diretta­mente dalle piante americane. In Francia puntarono sugli ibri­di: anche i nostri vitigni nobili sono in realtà ibri­di che si sono migliorati nel corso di secoli di coltivazione. 

E’ a causa della fillossera infatti che, nel XIX secolo, oltre l’85% del patrimonio viticolo europeo è andato perso: numerosi vitigni non sono stati più recuperati. La fillossera è riuscita ad arrivare dal Nord America in Europa con i viaggi in nave. Questo insetto nel Nord America completa il suo ciclo sulle foglie. La vite e il parassita si “conoscono” (hanno alle spalle secoli di evoluzione) e riescono a convivere insieme.

In Europa però la fillossera colpisce le radici che muoiono. La soluzione banale, arrivata solo decenni dopo, consiste nell’innestare le piante europee sulle radici delle piante americane. Le piante quindi oggi sono tutte innestate sia per sfuggire alla fillossera, sia perché viene meno la condizione che un certo tipo di vitigno può avere solo un territorio, basta la radice adatta e le varietà possono essere spostate facilmente.

Redigere quindi un elenco dei viti­gni utilizzati in tutto il mondo è piuttosto difficile. Bi­sogna tener conto se la produzione dei vini parte da un unico vitigno, come i vini dell’Alsazia e i vini pregiati di Bor­gogna o da più varietà di uve.

Vitis Vinifera Beaujolais
Vite Beaujolais

Numerosi vitigni di vitis vinifera hanno sufficiente somiglianza perché il profano li confonda, ma anche differenze tali da consentire al­l’esperto di distinguerli in relazione alle ne­cessità della pianta. Per esempio il vino del Beau­jolais è produzione di un unico vitigno, di Gamay ce ne sono per tutti i terreni e tutti i tipi di espo­sizione. Lo stesso vale per il Chardonnay della Champagne che è un vitigno facilmente adattabile. Attualmente assistiamo a un ritorno all’uniformità perché la maggior parte dei poderi si serve di piante prove­nienti da vivai. 

Possiamo dedurre infine che il vino di qualità non si fa soltanto in cantina, ma si fa anche in vigna. Se bastasse solo la cantina non ci sarebbe nessuna differenza nei vini. Ma ogni annata è diversa dall’altra, ogni zona è diversa per cui il vigneto e l’intervento dell’uomo sulla coltivazione sono fondamentali.

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